Gli affreschi altomedievali in San Zenone all’Arco di Brescia

In questa pagina potete vedere alcuni esempi di affreschi altomedioevali, che rendono particolari le iniziative artistiche che si svolgono nella nostra sede di Brescia, unitamente ad uno dei seri studi condotto dal Prof. Luciano Anelli, dell’Università Cattolica del Sacro Cuore.

Descrizione della Chiesa di San Zenone all’Arco (Wikipedia)

 

Ingresso della sede Ucai di Brescia

Ingresso della sede Ucai di Brescia

“La Chiesa si trova alla metà di corsetto Sant’Agata e trae il suo curioso nome (San Zenone all’Arco, o san Zeno de arcu, o san Zeno ad aro vecchio) dalla presenza, fino alla fine del XVI sec., di un arco tardo-antico, documentato a partire dall’889. Ad ogni modo, è comprovato da documenti che l’antichissima chiesa veniva in gran parte rifatta nel 1292 ( e i recenti restauri, che hanno interessato anche le murature, hanno messo bene in evidenza queste antiche strutture, come le colonnine ed i capitelli in cotto di forma bizantineggiante, etc), ed immediatamente a ridosso di questa data si situa la decorazione affrescata, che naturalmente doveva essere molto più vasta di quanto oggi ci sia rimasto, almeno per quello che si può capire dal fatto che gli affreschi si stendono ancora fin negli angoli dell’edificio, sulle colonnine, nelle fasce alte e perfino nella zona di fascia di muratura rimasta incapsulata (e purtroppo non accessibile neanche dopo i restauri) tra l’antica copertura a capanna e la nuova volta a botte secentesca.

Il Battesimo di Cristo

Il Battesimo di Cristo

Il Battesimo di Cristo

Il Battesimo di Cristo

 

Lo splendore delle decorazioni si dispiega nella zona bassa delle murature perimetrali interne: con una splendida Annunciazione, purtroppo in buona misura mutila nella figura della Vergine, ma quasi intatta nella figura giganteggiante dell’Arcangelo che dispiega ali meravigliose dalle grandi piume variegate in bianco, nero, verde chiaro, verde azzurrino, verdone e rosso, che tende la destra con l’indice puntato verso la bocca della Vergine, per trasmettere il messaggio di Dio. La Madonna, inquadrata in un’architettura fragile e delicata, aperta da tante finestrine e da finissime decorazioni profilate in bianco che fan tornare alla mente San Salvatore in Chira di Istambul, o anche le finestrature del Palazzo di Costantino Porfirogenito o delle mura che si affacciano sul Bosforo, emette il suo fiat (sì) attraverso un “fumetto” lievissimo, trasparente, che le esce dalla bocca. E’ drappeggiata in un sontuoso abito rosso-sangue (ma può darsi che sia nato inuna tonalità molto più chiara) fitto di pieghe aguzze marcate col nero e lumeggiate con il bianco specialmente nella zona el petto e della manica. l’Arcangelo Gabriele è più sobriamente vestito di una tunica bianca (notare le pieghe concentriche del ginocchio e della manica che discendono dall’uso della lavorazione a mosaico) e di un corto mantello color senape che s’apre in uno svolazzo dalle doppie punte, molto caratteristico, che ci riporta agli Angeli in volo dell’antico presbiterio del Duomo Vecchio, che il Panazza colloca nella seconda metà del sex. XIII senza mancare di notare il predominio delle forme bizantine sulle quali s’innestano suggestioni del mondo figurativo oltremondano. Di quegli affreschi della Rotonda nel loro insieme il nostro insigne medievalista sottolinea anche i meravigliosi passaggi cromatici con una prosa che s’accende di una vena lirica laddove indugia a descrivere “le note chiare e fredde, talvolta cangianti” e le tinte profonde e calde “dagli accostamenti delicati ai passaggi stridenti”.

L'arcangelo Gabriele

L’arcangelo Gabriele

 

Questi svolazzi di panneggi terminanti in doppie punte sono un’importante notazione bizantina, diffusissima per largo spazio di luogo e di tempo, se ritorna identica in un tessuto copto dell’VIII secolo, di realizzazione siriana, che si trova nel tesoro della Cattedrale di Coira nei Grigioni, e raffigura più volte Ercole che combatte col Leone Nemeo. Quelle del Panazza sono annotazioni che ben si attaglierebbero anche al ciclo di San Zenone all’Arco, sia per i caratteri cromatici che per le inflessioni stilistiche. Dico “ciclo” perché se non appartengono tutti in modo assoluto (e le riserve prudenziali sono dettate quasi esclusivamente dalla condizione in cui numerosi di essi sono giunti a noi) alla mano dello stesso maestro, mi sembra però che essi debbano essere usciti senz’altro dalla stessa bottega di decoratori-affreschisti. Non v’è infatti jato tra la fattura dei volti e dei panneggi dell’Annunciazione e quella delle altre figure.

 

Particolare

 

Così l’ovale pieno e gli occhi profondamente segnati, i nasi sottili e le bocche piccole dell’Arcangelo e della Vergine sono anche quelli che troviamo nei volti del santo Vescovo benedicente, paludato inuna ricchissima dalmatica bruna tutta profili e ricami geometrici in bianco in giallo e in nero, e nei volti della scena toccante del Battesimo di Cristo (realizzato girando in tondo ad una colonnina in cotto), che è la scena più vivace e più intenzionalmente naturalistica, insieme all’Annucniazione; e nel volto della Santa Caterina (o altra santa) che regge un libro nella mano sinistra ed è abbigliata con una ricchezza sontuosa da corte bizantina.

Particolare

 

I volti di cui alcuni personaggi più emimenti, come il volto del Cristo, ma anche quello del Battista (ed anche questo è un metodo che rientra nella prassi operativa bizantina) sono realizzati su di un intonachino più rilevato rispetto alla stesura più piatta dei corpi e dei panneggi. Voglio dire che l’ovale del volto è più rilevato, con un aggetto anche di un millimetro abbondante sul resto della stesura; e che questo non deriva soltanto dall’uso bizantino di stendere le figure a più strati di colore a tempera, partendo in genere dal verdaccio per arrivare all bianco e al rosato (infatti non si tratta mai di affreschi nel senso proprio del termine, come gli attribuiva Cennino Cennini), ma proprio di uno spessore più rilevato dell’intonaco, di cui si coglie anche ad occhio nudo la linea di stacco rispetto al resto dell’affresco. Al maestro in senso proprio competeva evidentemente e sicuramente la fattura del volto in una tecnica più fine.

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Nessuno saprà mai, probabilmente, chi fu l’artista di Bisanzio che, con la sua bottega o solo con gli strumenti del suo mestiere e negli occhi la bellezza sfolgorante della capitale del mondo, verso il 1292 venne a Brescia a dipingere gli splendidi affreschi di san Zenone all’Arco. E, d’altra parte, data l’intensità degli interscambi veramente europei che ancora avvenivano in msura ben più rilevante di quanto oggi noi immaginiamo, forse nessuno saprà mai se egli venne veramente dall’Oriente, e per quale motivo, o se venne da Venezia che aveva con l’Oriente gli scambi più vivaci, o se fu un lombardo che si abbeverò con maggiore avidità all’arte “romana” (come veniva chiamata allora quella che noi oggi chiamiamo bizantina), in un momento in cui Giotto stava compiendo la sua prima rivoluzione pittorica.

[…]La chiesa di san Zenone a Brescia esprime questo stile. I volti sono impostati sul verdaccio e poi rialzati di rossiccio e ombreggiati con delicatezza. La scena del Battesimo di Cristo ha momenti toccanti nel rapporto tra la figura del Battista e quella di Gesù (bellissimo il gioco articolato delle mani); e il cromatismo, quando l’affresco fu compiuto, doveva essere sbalorditivo per delicatezza e per sottili trasparenze. Il Battista, dalla rossa capigliatura, è rivestito d’una tunichetta d’un verdino pallidissimo, innaturale, a pieghe fitte e sottili, ma composte in ampie falcature; ha in volto un’espressione di autorevole serenità che contrasta un pò con lo stupore (certo dialetticamente accentuato) del Cristo ignudo.

Ma l’effetto naturalistico (sottolineato proprio dall’aspetto generale delle composizioni, così araldico, così aristocratico) esplode nell’affresco dell’Annunciazione in quell’inserto di paesaggio che sta dietro il bellissimo pavimento sul quale si appoggiano l’arcangelo e la Vergine: il paragone mentale con i coevi paesaggi di Giotto è subito pronto, e significativo. A San Zenone tutto è ridotto all’intonazione uniforme di un verde praticello, orlato di bianco sui suoi confini, dal quale spunta un mozzicone d’albero spezzato (forse un fico, o tronco di Jesse?). Ma dal tronco spezzato (con un’allegoria che ha evidentemente il significato della vita che nasce dalla morte) spunta un vigoroso ramo che giunge fino al gomito dell’arcangelo, e che reca tanti rami minori, disposti con simmetria frontale ma anche con vivacità, disseminati di grandi foglie verdone e di piccoli frutti bianchi.

Delle figure degli altri affreschi (a parte la Santa Principessa, la figura solenne del Santo Vescovo, e la Madonna del sottotetto, ai quali si è accennato) è difficile dire poichè si tratta sempre di frammenti molto incompleti, e di ardua lettura, anche con tutto l’amore che possono suscitare questi antichi reperti. La zona inferiore della figura di un Santo, che sembra reggere l’asta di un pastorale, mostra i piedi calzati in modo del tutto identico a certe figure di Castelseprio (ma gli affreschi di Castelseprio hanno datazioni molto oscillanti, e hanno comunque una vivacità tutta diversa: si tratta quindi di un’identica “eredità romana”, nel senso di bizantina); altre figure mostrano i soliti solenni drappeggi, ed insieme ad altri frammenti, specialmente di partiti decorativi geometrici, ci fanno rimpiangere la perduta integrità di questo complesso freschivo che è un vero omaggio a Bisanzio nel cuore di Brescia”.

Annunciazione_san_zenone_all'arco_BS

[questo scritto è la trascrizione, con poche varianti, di due articoli comparsi nel “Giornale di Brescia”: un dimenticato gioiello pittorico bizantino (24/02/1989, p. 3); Un raffinato pittore bizantino senza nome (25/02/1989, p. 3).

Luciano Anelli, La decorazione affrescata di san Zenone all’Arco, in AA.VV, Sant’Agata. La chiesa e la comunità, Brescia 1989, pp. 297-304.

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